Diciotto mesi al 284 di Green Street: il caso di Enfield che la Gran Bretagna non ha mai chiuso
La sera del 30 agosto 1977 Peggy Hodgson salì al piano di sopra della sua casa popolare al numero 284 di Green Street, a Brimsdown, ai margini di Enfield, nella zona nord di Londra, perché due dei figli non si calmavano. Janet, undici anni, e il fratello Johnny dicevano che i loro letti tremavano. Lei disse loro di smetterla di fare gli sciocchi e tornò giù.
La notte seguente fu diverso. Peggy fu chiamata di nuovo di sopra e questa volta disse di avere visto un pesante cassettone muoversi sul pavimento verso la porta. Lo spinse indietro e quello si mosse ancora. C'erano colpi nei muri, ora da una parete ora da un'altra. Fece uscire i bambini di casa e andò a chiamare il vicino, Vic Nottingham, un costruttore, che passò in rassegna le stanze e il giardino e non trovò nulla che lo spiegasse.
Verso l'una di notte fu chiamata la polizia. Arrivarono due agenti, e una di loro, l'agente Carolyn Heeps, rese poi una dichiarazione firmata su ciò che aveva visto. Con le luci spente in soggiorno sentì quattro colpi distinti che si spostavano da una parete all'altra. Poi, disse, una poltrona accanto a lei oscillò e scivolò sul pavimento per quasi un metro, senza staccarsi da terra. Cercò fili o cavi e non ne trovò, e scrisse che non era in grado di stabilire la causa del movimento. La polizia disse alla famiglia che non risultava commesso alcun reato e che non c'era nulla che potessero fare.
È il punto in cui il caso smise di essere un disturbo privato dentro una casa. La famiglia si rivolse alla stampa. Il Daily Mirror mandò il cronista Douglas Bence e il fotografo Graham Morris, che passarono lì una notte e dissero che al buio erano volati loro addosso degli oggetti, uno dei quali lo colpì. Il giornale suggerì di chiamare la Society for Psychical Research.
La società mandò Maurice Grosse, inventore e imprenditore sessantenne che vi era entrato da poco e che l'anno prima aveva perso una figlia in un incidente. Arrivò all'inizio di settembre del 1977 e restò, a intermittenza, per i diciotto mesi successivi. Presto lo raggiunse Guy Lyon Playfair, uno scrittore che aveva indagato casi simili in Brasile. Insieme registrarono centinaia di ore di nastro, intervistarono la famiglia e i vicini e lasciarono un corpo documentale che è il motivo per cui del caso si discute ancora mezzo secolo dopo.
Quello che registrarono, e quello che più di trenta persone dissero di avere visto, seguiva uno schema ricorrente. Colpi che rispondevano alle domande. Mobili che si muovevano quando nessuno li guardava. Biglie e mattoncini Lego che volavano per le stanze. Coperte strappate via. Piccoli fuochi che si accendevano e si spegnevano. Le ragazze, Janet soprattutto, apparentemente scaraventate dal letto. Graham Morris montò in camera macchine a scatto remoto e produsse una sequenza di fotogrammi in cui Janet sembra essere in aria attraverso la stanza, l'immagine più riprodotta del caso.
Poi ci fu la voce. Dalla fine del 1977 Janet cominciò a produrre una voce maschile profonda, del tutto diversa dalla sua, che parlava in prima persona e rispondeva alle domande. Bestemmiava, si lamentava, e nel corso dei mesi raccontò una storia. Diceva di chiamarsi Bill, di essere diventato cieco, di essere morto sulla poltrona al piano di sotto dopo un'emorragia. Playfair e Grosse ne registrarono ore. In seguito fu rintracciata la famiglia di un precedente inquilino, e nei registri risultò un uomo di nome William Charles Wilkins che aveva abitato quella casa e vi era morto nel 1963. Nessuno dei due investigatori sostenne che la famiglia non potesse conoscere quel nome, ed è uno dei punti su cui il caso ruota.
La casa si riempì anche di visitatori. Giornalisti, vicini, scettici, membri della società, troupe televisive e, nel 1978, gli investigatori americani Ed e Lorraine Warren, che esaminarono il materiale e dichiararono autentico il fenomeno. Il loro breve coinvolgimento è la parte che il pubblico conosce meglio, perché quattro decenni dopo fu drammatizzata in un film horror, in una versione che ha ben poco a che vedere con quello che mostrano gli atti.
La documentazione taglia in entrambe le direzioni, e Grosse e Playfair lo dissero loro stessi. Una telecamera riprese Janet mentre piegava cucchiai e cercava di piegare una sbarra di ferro. Grosse annotò di averla vista battere il manico di una scopa sul soffitto e nascondere il suo registratore. Le ragazze ammisero con i giornalisti di avere giocato loro degli scherzi. In interviste successive Janet e Margaret dissero di avere simulato alcuni episodi, e indicarono la proporzione in circa il due per cento, descrivendolo come una prova per vedere se gli investigatori stavano attenti. Playfair, che non abbandonò mai l'idea che un nucleo del caso fosse reale, descrisse le sorelle come bambine che adoravano fare scherzi.
Altri membri della società non si convinsero di nulla di tutto ciò. Anita Gregory, che visitò la casa e più tardi scrisse uno studio critico, concluse che gli episodi che aveva visto erano messi in scena e che le ragazze avevano imparato a recitare davanti a un pubblico che le premiava con attenzione. John Beloff, ex presidente della società, riteneva che Janet si fosse insegnata da sola a parlare con la voce maschile. Il prestigiatore Milbourne Christopher passò dalla casa e disse di non avere visto nulla di paranormale. Il ventriloquo Ray Alan ascoltò i nastri e disse che la voce era un trucco fatto con le false corde vocali, strutture al di sopra delle corde vere che si possono forzare a vibrare a un tono molto più basso. La tecnica esiste, la usano cantanti e alcuni interpreti vocali, e affatica molto la gola, il che si accorda con il fatto che le sedute della voce lasciassero Janet rauca.
L'attività segnalata si spense nel corso del 1979 e l'indagine finì. La famiglia rimase in quella casa. I nastri finirono nell'archivio della società, dove si trovano tuttora e dove sono stati riesaminati da ogni generazione successiva di ricercatori.
Conclusioni e domande aperte
La spiegazione dell'inganno è la più solida presa da sola e copre gran parte del fascicolo. Due adolescenti in una casa sotto tensione, da poco separata dal padre, scoprirono che bussare a una parete produceva adulti, macchine fotografiche e giornali nazionali. Una parte degli imbrogli non è contestata, perché fu filmata e perché furono loro stesse a raccontarla dopo. Lo psicologo Chris French espose cinque ragioni per leggere l'intera vicenda come una montatura, tra cui gli inganni ammessi, il fatto che le fotografie di levitazione siano ugualmente compatibili con una ragazzina che salta dal letto, e l'affidabilità di testimoni eccitati in una stanza buia. Joe Nickell aggiunse che i fenomeni tendevano a verificarsi quando nessuno guardava direttamente, il che è la firma di un trucco e non di una forza inspiegata.
Quello che la spiegazione dell'inganno regge peggio è la prima notte. Carolyn Heeps era un'agente in servizio senza alcun interesse per quella famiglia, che descrisse in una dichiarazione firmata una poltrona spostarsi di quasi un metro davanti a lei, prima che esistessero la stampa, gli investigatori o un pubblico qualsiasi. Niente che riguardi la ricerca di attenzione spiega una testimone che era lì prima che ci fosse qualcosa da cercare. O si è sbagliata su ciò che ha visto in una stanza mal illuminata, cosa possibile e che lei stessa non poteva escludere, oppure qualcosa ha mosso quella poltrona.
La voce è il secondo elemento ostinato. Che sia stata fisicamente prodotta da Janet non è davvero in discussione, e la spiegazione delle false corde copre il suono. Quello che non copre è il contenuto. Una bambina ha sostenuto un personaggio inventato per mesi, davanti a investigatori che cercavano di coglierla in fallo, e vi ha associato il nome di un uomo e un modo di morire che coincidevano con un occupante precedente reale. La risposta scettica è che in una piccola strada di case a schiera la storia di un uomo morto nella stanza sul davanti sarebbe stata normale conoscenza di quartiere, ed è una risposta ragionevole. Non è mai stata verificata, perché nessuno ha accertato che cosa sapessero i figli Hodgson prima che la voce cominciasse.
Il ruolo degli investigatori è la terza domanda aperta, e la più scomoda. Grosse aveva perso la propria figlia un anno prima di arrivare. Passò diciotto mesi in quella casa, e la famiglia finì per dipendere da lui. Anita Gregory sostenne che la presenza di due uomini che desideravano che i fenomeni fossero reali plasmò ciò che le bambine producevano, e l'argomento ha peso. Funziona però anche al contrario. Grosse e Playfair annotarono e pubblicarono i casi di imbroglio che colsero, e non è quello che fanno gli investigatori che stanno solo costruendo un dossier.
Quel che resta è un archivio grande, onesto e contraddittorio, e una domanda che l'archivio non può chiudere. Nulla al suo interno dimostra che al 284 di Green Street sia accaduto qualcosa di soprannaturale. Nulla al suo interno dimostra nemmeno che due bambine abbiano ingannato un'agente di polizia, un fotografo, trenta vicini e due investigatori per un anno e mezzo senza essere colte in fallo neppure una volta proprio su ciò che contava.